Seamow, you will find all your brothers here
and sense you've met a few already, by chance or mistake.
See them all in your wandering the world, they will tell you of the lands I trod.


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14 gennaio 2011

Anbar


Parto.
Porto con me
il tuo sorriso negato
e i tuoi occhi egiziani
che con le braccia protese
mi hanno gridato: "Sàlvami!".


8 luglio 2009

Un lontano foulard leggero


M’ascolti? Era di luglio, ricordi? Cenammo al Gamle Port, nel dehors. Due ore sotto il sole alto della sera. Dicemmo: il sole qui fa brevi immersioni, come i delfini. Corre per poco subito sotto il pelo dell’acqua e poi su, per lunghi tuffi, sopra la superficie, con l’occhio ammiccante e il sorriso contagioso. E tutti, lì fuori, contagiati e sorridenti, sciamanti nella ricarica estiva.

E c’era anche quel gabbiano, grosso come un cane, padrone di quel minuscolo spazio aereo triangolare, che sfiorava il nostro tavolo e risaliva, senza muovere un’ala, passando di qua e di là su invisibili ascensori d’aria. S’appollaiò su un ombrellone finalmente, e si mise di profilo, fermo come un sasso di gesso, qualche piumetta si alzava per quel vento di coda che aveva appena estinto le sue urla strazianti.

Ci conoscevamo da poco, e tu eri ancora come un foulard leggero, confortevole ed elegante, abbandonato intorno al mio collo. Non ti parlavo ancora molto, non volevi che io lo facessi dopo tutto. E del resto potevi sparire, evaporare a quel sole: nemmeno tu sapevi cosa avresti fatto, aspettavi solo la mia decisione.

Tu eri un ermisino amaranto sul mio dorso forte di viandante e giravi la testa a destra e sinistra. E ogni tanto un lembo sfiorava le mie orecchie, suggeriva nuovi pensieri, mentre l’altro mi cingeva dolcemente il collo. Come di fronte al monumento grigio a Karin, davanti alla biblioteca, qualche mese dopo. Era già dicembre, quando, abbracciandomi come un manto caldo di lana, mi dicesti: lei fu solo per pochi ed ora è pietra, ma ancora nessuno la vede, nessuno la nota, perché è come una matassa dipanata. Lei è oggi come fu in vita: densa e trasparente. E così sono io per te, e solo per te: una pesante trasparenza.

É strano, io non potevo decidere e tu non volevi che io lo facessi. Eppure è successo. Lì capii, lì avevo mio malgrado deciso. E lì ti riconobbi.

M’ascolti? Ora tu sei un enorme e goffo orango a cavalcioni sulle mie spalle. Sempre io giro e sempre ti porto con me, ovunque vada. Hai un’aria ingenua, soddisfatta e assente, persa nei suoi percorsi impenetrabili. Tutti ti notano, ma nessuno ti considera, nessuno s’incarica di liberarmi di te.

Solo oggi riesco a dire finalmente chi sei. Sei la mia mostruosa paura, la mia assoluta e insopprimibile incapacità di amare. E per ora questo basta.

1 giugno 2009

Porte convesse

.

In una parentesi della mia vita ho incontrato termini sconosciuti.

Nelle parentesi si entra dall’alto, altrimenti – volendolo - si eviterebbe di accedervi, riconoscendone la porta convessa; o per eccesso di velocità, sfondando quella porta. Per la fretta.
É sempre lo slancio, di un salto provocato o di una corsa istintiva, che condanna al nuovo territorio. E non è affatto detto che entrando in una nuova parentesi si esca dalla precedente. Anzi, il più delle volte l’annidamento è indistricabile e non segue le regole dell’algebra lineare.

Ebbene in quella parentesi, che chiamerei “periodo delle perle”, non riconoscevo più nessuno. A cominciare da me. Tutto era indurito, levigato e impenetrabile. Le cose, le parole, persino i pensieri, cozzavano tra di loro respingendosi, rimbalzando festosamente con un leggerissimo ticchettìo. E per constrasto, un silenzio immenso, altrimenti inavvertito nel suo continuum, mi lasciava in un’apnea che forse avevo provato una volta soltanto, al largo, supino sul materassino, compresso tra mare e cielo e con un gusto di non-senso in bocca.

Ma c’è un altro modo di entrare nelle parentesi: girare la maniglia ed aprirne la porta. Di proposito. Trovare una porta convessa non è mai un problema, sono ovunque. Ci sono quelle con tanto di targa fuori e quelle nascoste, più o meno goffamente: talvolta solo coperte di muschio, talvolta profondamente insabbiate; alcune si nascondono sotto i tappeti ma si rivelano per gli avvallamenti del pavimento, in un gioco un po’ puerile di serendipità.

E così ho fatto questa volta. Ho aperto io quella porta.

E so di essere là, proprio dove, nella mia mano sinistra, la linea della vita, stringendo la curva del Monte di Venere, offre una curiosa biforcazione: un ramo più corto, ma ugualmente marcato, che si allontana, proprio sulla linea di fuga.

Il “periodo delle perle” non è ancora terminato e io ho preso il ramo corto.

Finché potrò, non perderò di vista il percorso primario, ma presto dovrò solo immaginarlo, nel suo letto maestoso inciso da uno scriba ordinatore, perché troppo impervio sarà il territorio per ritrovarlo.