Seamow, you will find all your brothers here
and sense you've met a few already, by chance or mistake.
See them all in your wandering the world, they will tell you of the lands I trod.


31 dicembre 2011

Rio



Seguirà la notte dei fiori finti e delle stelle artificiali.

Ma io spengo l’ultima luna ondulando
su un’amaca di gelsomini:
il tuo sorriso che m’accolse stanco a mezza via.

24 dicembre 2011

Natalia


Stasera ho visto
una piccola stella
che con la sua cometa
di diamanti neri
cercava in un altro cielo
un'orbita di libertà.

14 gennaio 2011

Anbar


Parto.
Porto con me
il tuo sorriso negato
e i tuoi occhi egiziani
che con le braccia protese
mi hanno gridato: "Sàlvami!".


8 dicembre 2010

Replica


L’unghia irregolare del mio pollice

che fu quella di mio padre
mi indica la via della vecchiezza

come questi occhi molli
che dicono d’essere i tramagli
del più grande uccellatore di misteri.

Ecco che si compone di luce
un’altra variazione sul tema,
un fatale passatempo.

Rimando lo specchio
a ricomporre senza danni
il consueto fondale in mosaico

sul quale rivi di vapore
esitando si incontrano
e si estinguono.

Scomparendo tra i confini
come tutti
in un momento di distrazione.

2 ottobre 2010

Gianna


Non parlammo mai
di un giro di piazza,
fatica e tempi di periplo.

Sedemmo al muretto del verde
quando la piccola radio
si mise a frinire

“una verde milonga”
e ci denudò
per come eravamo

uguali.

Tu ferma e indifferente
gli occhi opachi su una lava di auto.
Fuori è sempre terra straniera.

Cademmo lentamente
in una buca di tempo,
un’imboscata dell’arte,

tu per prima ed io con te
trascinato a braccetto
dalla tua mano sana.


14 settembre 2010

Per colmo di consolazione


Data l’incomprensibilità di ogni cosa e su tutte da dove si sbuchi in questa vita, può essere bene che io sia già morto e viva al momento una vita surreale, per colmo di consolazione, posto che quella di me da vivo fosse la vita percosiddire reale.

Supposizione, quest’ultima, tanto opinabile quanto inutile, cosiccome peraltro il conoscere se l’ordito delle esperienze condivise con altri viandanti in questa vita surreale sia frutto di un intreccio reale di vite surreali, o parte reali e parte surreali, o infine e piuttosto un prodotto di una personale propensione a tessere trame immaginarie, fiorita anch'essa al sole della consolazione.

Questo è un treno silenzioso, incrocia scambi con brevi sussulti e grooves di carrelli in sordina. Si lascia alle spalle tutte le nostre irregistrabili morti, ravvia i vecchi binari sui colmi delle colline. Fluisce intorno lo stesso paesaggio immutato.


13 giugno 2010

Domenica


Gocce grosse e calde
roba estiva
compiono solitarie sull’asfalto
un sacrificio inosservato.

A qualche sventurata
tocca di rinviare
il momento santissimo
del ritorno al principio:

sopravvivendo cade
sulla materia di me,
che ronzo di catena
e faccende d’organi

pedalando sulla camionale
disertata, enorme incensiere
che spande sudori
di catrami e di gomme.

Sole di questa estate,
frutto tardivo,
dal mallo duro
sospensione d’oceano e ferro,

guardami e dimmi
se anche altrove consola
lo stesso immane miraggio
circolare e smarrisce.

2 aprile 2010

Il tempo



La dama passa e
prende il foglio del tuo volto
lo accartoccia
come un conto sbagliato
un contratto da rifare
come un bozzetto venuto male.
Noi tutti in fila ad ammirarla
mentre incede ispezionando il volgo
lei ci spiegazza il viso
con le sue mani ispessite,
passa e si fa guardare ancora
per i suoi pendagli
tintinnanti.

Da bambina
con la vestina trasparente
già tirava segni di gesso
sulle nostre facce
di pietra bianca.
Di quando aveva vent’anni
ci rimase un odore
d’inchiostro
di scansie vegetali,
il profumo dell’antimateria
in direzione del senso,
che ora giace tra le cose
che sono qui irraggiungibili.

Abbiamo atteso allineati
che passasse.
E così è stato.

2 febbraio 2010

Punto di accumulazione



Sei per me un mandala
di ricordi e sensazioni,
un fondiglio di tempo
raccolto
nelle tue palme dissetanti,
fatte d'elio e d'osmio.






20 novembre 2009

Toni di grigio


Di tutta Vancouver mi rimane un piccione che chiudeva gli occhi sotto una pioggia scrosciante e si preparava a morire.

16 ottobre 2009

Stanza d'albergo


Tienimi la fronte
memoria
con la tua mano fredda
ché ho conati di pianto.

Un’aureola compongo stanotte
d’affanni
oltre una trasparenza di me
sulla tua vestaglia a quadri:

l’odore dei tuoi pantaloni
avana
le tue bianche dita coniche
cariche di frutta estiva.

Serena forte solitudine.

Il mondo continua
a complicarsi
dietro ai doppi vetri.
Lascia che accosti le tende.

Nessuno ha mai capito
il nostro chimico protocollo.
Nessuno ha mai scoperto
la nostra muta fonte notturna.

Vedi mio poeta?
È scritto qui,
in questa carta da lettere.
È tutto scritto qui:

il tuo, il mio silenzio,
il nostro patto indiscusso,
tutte le nostre trasformazioni,
epifanie della Nostalgia.

E finalmente,
un po’ di seria,
giusta,
solitudine.

18 agosto 2009

Pianto di Eco


Qui nel suo lago
Non ho che innocue lame
Anelli d'acqua

15 agosto 2009

Un doloroso dono


In un comprensorio di caseggiati bassi che fungono da hotel, una sera uniformemente buia, incontro uno straniero con i baffi castano chiari come i capelli e gli occhi. È un tipo piuttosto anonimo e potrà essere tedesco o polacco. Parliamo un po’ in inglese. Sembra condividiamo analoghe esperienze lavorative. Scopro poi che è il marito di L., che incontro separatamente di lì poco e che mi confida con un sorriso fragile che sì, ha finalmente trovato un secondo marito.
Faccio qualche passo per avviarmi verso non so dove (forse il mio alloggio) e, nel silenzio serale, vedo una coppia che cammina di fretta, provenendo da sinistra. In un certo qual modo andiamo nella stessa direzione, ma procediamo per linee sghembe: i nostri percorsi sono destinati a incrociarsi. Riconosco lei, G., e quindi - era il suo compagno - lui, T., stranamente senza la barba. Il suo volto è come denudato. Quando siamo più vicini, noto che parlano tra loro con complicità ed ho l’impressione che ridano di me. Affrettano il passo e si curano di non guardarmi. E così mi precedono, tagliando verso destra. Cammino ancora per poco finché mi giro e li fermo, all’apice di quella “X” che abbiamo disegnato insieme, chiamando T. ad alta voce; poi li riprendo bonariamente perché volevano eludermi. A quel punto i due mi vengono incontro sorridendo e rispondendo con ironia alle mie battute.
G. è morta qualche anno fa, penso. Di T. non so più nulla da allora. L. è sparita da tempo.
Mi guardo intorno desolato. Adesso questo luogo, dove in solitudine incontro persone passate e tanto tristemente evocativo, mi spaventa.

E così l’aereo del sogno, sbucando da nubi basse, atterra sulla sua pista e si dirige lento verso il terminal della vita vissuta. È in questo breve tragitto di raccordo che tutto, come talvolta accade, si spiega. È qui che io ricordo che l’unione di G. e T. fu per entrambi un sofferto approdo nell’odissea delle disillusioni, iniziata col fallimento del loro primo matrimonio. Proprio come per L. che ha vagato per anni ed oggi sorprendo legata ad un improbabile lido straniero così lontano dai suoi modelli.

Ma c’è molto di più: comprendo che l’angoscia che mi ha suscitato quel teatro immaginario che ho creduto paura di scena, da attore nella sua parte, non è che un panico vero che denuda tutta la mia reale viltà. E per questa rivelazione, regalo inopinato del mio inconscio, subentra ora una sofferenza concreta e critica, ben più dura da sostenere. Entro nel “finger” un poco più consapevole della mia mediocrità.

8 luglio 2009

Un lontano foulard leggero


M’ascolti? Era di luglio, ricordi? Cenammo al Gamle Port, nel dehors. Due ore sotto il sole alto della sera. Dicemmo: il sole qui fa brevi immersioni, come i delfini. Corre per poco subito sotto il pelo dell’acqua e poi su, per lunghi tuffi, sopra la superficie, con l’occhio ammiccante e il sorriso contagioso. E tutti, lì fuori, contagiati e sorridenti, sciamanti nella ricarica estiva.

E c’era anche quel gabbiano, grosso come un cane, padrone di quel minuscolo spazio aereo triangolare, che sfiorava il nostro tavolo e risaliva, senza muovere un’ala, passando di qua e di là su invisibili ascensori d’aria. S’appollaiò su un ombrellone finalmente, e si mise di profilo, fermo come un sasso di gesso, qualche piumetta si alzava per quel vento di coda che aveva appena estinto le sue urla strazianti.

Ci conoscevamo da poco, e tu eri ancora come un foulard leggero, confortevole ed elegante, abbandonato intorno al mio collo. Non ti parlavo ancora molto, non volevi che io lo facessi dopo tutto. E del resto potevi sparire, evaporare a quel sole: nemmeno tu sapevi cosa avresti fatto, aspettavi solo la mia decisione.

Tu eri un ermisino amaranto sul mio dorso forte di viandante e giravi la testa a destra e sinistra. E ogni tanto un lembo sfiorava le mie orecchie, suggeriva nuovi pensieri, mentre l’altro mi cingeva dolcemente il collo. Come di fronte al monumento grigio a Karin, davanti alla biblioteca, qualche mese dopo. Era già dicembre, quando, abbracciandomi come un manto caldo di lana, mi dicesti: lei fu solo per pochi ed ora è pietra, ma ancora nessuno la vede, nessuno la nota, perché è come una matassa dipanata. Lei è oggi come fu in vita: densa e trasparente. E così sono io per te, e solo per te: una pesante trasparenza.

É strano, io non potevo decidere e tu non volevi che io lo facessi. Eppure è successo. Lì capii, lì avevo mio malgrado deciso. E lì ti riconobbi.

M’ascolti? Ora tu sei un enorme e goffo orango a cavalcioni sulle mie spalle. Sempre io giro e sempre ti porto con me, ovunque vada. Hai un’aria ingenua, soddisfatta e assente, persa nei suoi percorsi impenetrabili. Tutti ti notano, ma nessuno ti considera, nessuno s’incarica di liberarmi di te.

Solo oggi riesco a dire finalmente chi sei. Sei la mia mostruosa paura, la mia assoluta e insopprimibile incapacità di amare. E per ora questo basta.

2 luglio 2009

Arte



[...] L’unico modo per incontrare l’arte assoluta, posto che essa esista, è quello di non tentarla affatto.
Se per caso infatti riuscissimo di avvicinarci ad essa con un opera di unanime valore, che sia pittorica, musicale, letteraria o di altro genere, avremmo solo definito un nuovo punto di riferimento in una certa direzione, un nuovo canone, di per sè comunque fuorviante, per non dire contrario, rispetto al concetto di assoluto. Il nostro fine si rivelerà fallito così come già ci appariva inadeguato il punto di partenza. [...]
Ogni successo artistico è tristemente - non puo’ che essere - un compromesso “verso il basso” rispetto al traguardo d’assoluto che si pone, sebbene per suo tramite tutti coloro che ne godono possano sentirsi, seppur di poco, elevati verso la mèta suprema. Appare così in tutta la sua evidenza la natura asintotica del percorso artistico in luogo del suo atteso carattere intercettivo.
Non tentando nulla, invece, da una parte non si rischierebbero direzioni improprie, dall’altra ogni angolo di mondo ci parrebbe un capolavoro, inimitabile, e così com’è, senza mediazione e senza remora, fruibile e inevitabilmente goduto nella sua assoluta unicità. [...]

Questo è uno stralcio dell’ultima pagina del diario di E29FC8 (al secolo Jack ‘o Rubens) figlio di 622152 (Jack ‘o Soberwas), della XII generazione dei Jackonedee. Sacrificando un intero letargo, tentò invano di replicare con le sue scaglie le variegate sfumature di un bicchiere di Syrah al chiaro di luna nel quale il padre era caduto accidentalmente una sera mite, quanto a me propizia, di fine autunno. Il diario si apre con un trattato filosofico estremamente profondo, ma assai ostico nella sua decifrazione, che il nostro rivela in una nota essere elaborato direttamente da un dialogo col padre avuto immediatamente dopo la di lui inattesa e coinvolgente avventura nel calice di vino.